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In tutti i paesi, come
in tutte le famiglie, ambienti di lavoro, società.... esiste un
conflitto che per essere generazionale si qualifica come
inevitabile e necessario. Le esigenze di una generazione sono
motivo di insofferenza dell´altra. Ma forse già vi starete
chiedendo il perché di questo pre-ambolo e non risulterà chiaro
il dove in effetti vorrei arrivare a parare attraverso questo
pre-testo.
Non si tratta proprio della descrizione di un conflitto
generazionale, sicuramente non solo, visto che numerose sono le
implicazioni che riguardano l'argomento che sto, attraverso una
peregrinazione inconsulta e aberrata, eludendo e in qualche
misura introducendo, donde cercherò di allungare oltremodo il
brodo di questa pre-messa per aumentare il senso di
disorientamento in chi avrà la malaugurata sorte oltre che
l'ardire di prendersi la briga di capire a cosa risale il nome
di questo sito. Chi sa, sa, e ha già capito, chi non sa se vorrà
capirà, leggendo.
Capo di cencio è un'esclamazione-insulto rivolto a noi
monellacci che insistevamo a giocare a Panchine (leggi a
pallone) sotto la finestra di una malcapitata vecchietta. Erano
mille i pomeriggi che noi passavamo a giocare a capisotto
davanti alla chiesa (leggi dove nascono dividendosi o muoiono
unendosi, il ghetto e il corso). I giochi erano numerosi e
rumorosi, si giocava a "scheit", a tennis, a nascondino, a famo
che io so quello e te sei quell'altro, ma soprattutto al gioco
più bello del mondo nelle sue innumerevoli accezioni
fanciullesche, ovvero:
-a scannonate
(leggi colpire a tutta forza il pallone godendo dello sviluppo
verticale della sua traiettoria ridendo all'impazzata qualora la
traiettoria superasse l'altezza dei tetti che poi non si sa mai
dove finisca il pallone)
-a mischia (leggi
una specie di tutti contro tutti con una strizzata d'occhio al
calcio fiorentino proprio nel concedere un margine più ampio
alle scorrettezze)
-a porte (leggi
si prende una strada, nella fattispecie l'inizio del ghetto, uno
da un capo e l'altro un po' più in su e a turno si calcia
cercando di trafiggere l'avversario)
-a 21 (leggi uno
in porta e gli altri a cercare di segnare rigorosamente al volo,
se segni fai scalare punti al portiere se tiri fuori vai in
porta..... a Roma si chiama Tedesca)
-a l'olandese
(leggi uno in porta che passa il pallone all'altro che stoppando
al volo e palleggiando deve poi calciare cercando chiaramente di
segnare)
-a "il pallone è mio e
oggi giocamo a vattelapesca cosa" (leggi capricci
d'infanzia)
e dulcis in fundu al gioco per antonomasia, il top, appunto:
-a panchine,
quello che quando era ora di cena era la fine di un sogno,
quello che "a ma' famo l'ultimo go e arrivo", quello che ci
giochi in 2,3,4,5,6,7,8,9........,
quello che unisce la tecnica, alla tattica,
quello che se sei bravo si vede,
quello che se perdi rosichi di brutto,
quello che se la partita si interrompe domani si continua da
qui,
quello che se passa una macchina la mandi a ripetizione a
cagare,
quello che se c'è una macchina davanti alla panchina è missione
comune cercare il padrone e convincerlo a spostarla ..... se no
se è aperta si sblocca il freno a mano e si lascia scivolare
l'auto quanto basta..........se no dalle pallonate la
incrini.....
chi ha avuto la fortuna di giocare a panchine sa di cosa sto
parlando.
Ebbene un giorno come tanti dopo l'ennesima pallonata sulla
finestra la vecchietta non s'affaccia come al solito ma scende
addirittura di sotto esclamando nientepopòdimenochè "CAPO
DI CENCIO" con un appendice di trascurabile valore.
Noi bambini dopo qualche attimo di stranimento accogliemmo
l'incredibile insulto come la più ganza delle imprecazioni e
trasmutammo la potenziale offesa in un mito intramontabile.
Con nostalgia per i tempi che furono e con sincera allegria per
lo sviluppo della locuzione da insulto a mito a nomenclatura di
un sito
a cura di Pj (leggi Puca Jeronimo Rojas Beccaglia)
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